Visualizzazione post con etichetta LIBERA/MENTE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LIBERA/MENTE. Mostra tutti i post

venerdì 18 settembre 2009

Sanaa, una di noi. Uccisa perché libera

di Barbara Spinelli

da L'Altro, 17.09.2009

La forza di rompere le catene e scegliere la propria felicità ha un prezzo, che ogni donna rischia di pagare quando prende in mano il timone della propria vita.

Che si tratti di scegliere di amare un uomo che odora di altri profumi o prega un altro dio, che si tratti di lasciare un uomo che soffoca le nostre aspirazioni nella tomba della quotidianità della fede che porta al dito, che si tratti di volere un figlio sapendo che quello stronzo che ci ha assunte userà quella lettera in bianco che ci ha fatto firmare stroncando la nostra carriera, che si tratti di voler diventare velina costi quel che costi, quando una donna decide e afferra in mano la propria esistenza, spesso paga un prezzo troppo alto, un surplus di sofferenza, di morte, fisica, psicologica e sociale, “in quanto donna”.

Femminicidio. La prima causa di morte per le donne nel mondo, in Italia. La prima causa di infelicità. Femminicidio: ogni pratica sociale discriminatoria o violenta, rivolta contro la donna “in quanto donna”, nel momento in cui la stessa sceglie di autodeterminarsi e di non aderire passivamente al ruolo sociale scritto per lei dalla società patriarcale (brava madre, moglie, figlia, oggetto sessuale), posto in essere col fine di annientarla fisicamente, psicologicamente, nella sua libertà e posizione sociale.

Sanaa era una di noi. Quello che ci accomuna tutte è che prima o poi, in qualche forma, ci troveremo a dover combattere, faccia a faccia con l’odio di un maschio incapace di accettare la nostra capacità di scegliere in autonomia cosa fare della nostra vita, del nostro corpo.

Noi lo sappiamo, che il resto -colore della pelle, religione, depressione, passione, disoccupazione- è solo una giustificazione apparente di questo odio, la circostanza in cui esso si manifesta, non certo la causa fondante.

Sanaa uccisa prima di tutto perché ha disobbedito a suo padre. Ha pagato con la vita. Come Irene, uccisa dal padre in agosto perché non gli piacevano le sue amicizie e le sue serate a base di eroina. Come la figlia di Giorgio Stassi, che in maggio si è vista ammazzare da suo padre il ragazzo perché non voleva che si vedessero. Come Sabrina, che in aprile ha visto il padre Pier Luigi Chiodini abbattere a sprangate il ragazzo che lui non voleva per lei davanti ai suoi occhi. Qualche nome, per non dimenticare. Perché è comodo rimuovere facce, nomi, storie di altre di noi che hanno pagato con la vita le loro scelte di libertà, o l’incapacità di liberarsi da uomini che le opprimevano.

Se è facile riconoscere il razzismo, sembra che ci sia un impegno collettivo per rimuovere l’esistenza del sessismo.Facile parlare di omicidi culturali, guerra di religione, e ignorare sistematicamente che dietro ogni donna morta per amore, o per religione, c’è un uomo che l’ha uccisa convinto che lei non avesse diritto di scegliere da sola.

E’ violenza di genere, che trova la sua causa nel mancato riconoscimento da parte dell’assassino del fatto che quella donna che ha davanti non è una sua appendice, un essere sottoposto al suo volere, ma è una Persona la cui dignità e libertà di scelta va rispettata.

Una Persona con cui mettersi in relazione, non da correggere, proteggere, educare o punire.Non importa se gli uomini dicono che ci ammazzano per amore, per vendetta, per onore, o per giustizia divina. Non importa se a chi governa fa comodo strumentalizzare queste giustificazioni per stringere la morsa del controllo sociale e portare avanti politiche securitarie.

Che lo facciano per forza di numeri, ma non con la nostra connivenza, non in nostro nome.Noi ci siamo per ribadire che la nostra vita e la nostra libertà di scelta hanno un valore assoluto, sempre. E che non ci devono essere giustificazioni per nessuno: né per il padre geloso né per il padre fondamentalista.

martedì 16 giugno 2009

una lettera dall'Abruzzo

da Officina volturno:
Cara Redazione: sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.

Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.

Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!

Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.

L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.

Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.

Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al

ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.

Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.

Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!

Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.

Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende. Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.

Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli ho
parlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!

Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?

Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi aquilani, di essere triturati dalla società
dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!
Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.

Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!

Ciao a tutti

mercoledì 29 aprile 2009

come ti muovi ...

... ti corcano ... non c'è modo di uscirne ... la notizia l'ho letta qui: www.zeroviolenzadonne.it


La questione pare sia questa. Nel Ddl sulla sicurezza a pagina 45 del comma 1, in sostanza, c'è scritto che se non hai il permesso di soggiorno non puoi accedere a determinati servizi, tipo iscrivere i tuoi figli a scuola, ché, a quanto ho capito, se ti obbligano a presentarlo, sto benedetto pezzo di carta infame, e tu non ce l'hai, il preside si trova davanti ad una situazione quanto meno complessa che gli impone, in quanto incaricato del pubblico servizio, la denuncia di tale pericolosissima, aberantissima irregolarità.


Insomma, via i medici spia, dentro i presidi spia.

Questo è quello che ho capito.

Che come ti muovi ti corcano.

lunedì 27 aprile 2009

la terra trema ancora

... il terremoto c'è ancora ... nella terra che trema, nei racconti sotterranei e nelle macchinate di aiuti ...
io, per rimanere collegata e ricevere informazioni seguo questi due blog qua:

miskappa.blogspot.com

www.epicentrosolidale.org

... ché la terra, e tutto il resto, trema ancora ...

martedì 7 aprile 2009

questo non è il momento delle polemiche (?)

Su Carmilla on line c'è questo breve articolo di Alessandra Daniele.
Concordo con ogni singola parola, virgola, punto.

In Abruzzo più di un centinaio di morti, e decine di migliaia di senzatetto.
In Parlamento il solito accordo bipartisan: ''questo non è il momento delle polemiche''.
Certo, sarebbe assurdo parlare di norme antisismiche dopo un sisma.
Parliamo di norme antiforfora. >>

mercoledì 1 aprile 2009

A Napoli i medici denunciano clandestina dopo il parto

A parlare di certe cose sale solo una grande rabbia sorda. O almeno questo è quello che succede a me.

Lei si chiama Kante, e le informazioni su di lei le posso avere solo dai media, da quei mezzi di informazione che non sai mai quanto e come ti raccontano le cose.

E’ successo a Napoli. E’ successo al Fatebenefratelli. E’ successo a lei, originaria della Costa D’Avorio.
E’ toccato a lei partorire e vedersi strappato il figlio. E’ toccato a lei essere denunciata perché non in possesso di un pezzo di carta.
Mancanza che, a quanto pare, preclude la possibilità di potersene stare in pace a guardare il bel capolavoro fatto, guardare, finalmente, qualcosa che per nove mesi hai solo sentito.
E’ toccato a lei non poter allattare per quattro giorni suo figlio. E’ toccato a lei restare 11 giorni in ospedale in attesa che qualcuno le desse il permesso di portare via il bambino.
Questo qualcuno è la Questura che doveva accertare e confermare la sua identità.

C’è da rimanerci secchi.

In Costa D’Avorio c’è la guerra.
Due anni fa le milizie governative le hanno ucciso il marito, davanti a casa.
Davanti agli occhi.
E lei è scappata, è venuta qua.
Ha chiesto asilo politico.
Kante, ad oggi, è ancora clandestina.

Forzatamente protagonista, involontariamente simbolo di qualcosa che riguarda tutte, e tutti.




Leggo e vi riporto da sgrunt.noblogs.org e su degeneri.noblogs.org

2 APRILE '09
NAPOLI

ORE 17.00 - davanti al fatebenefratelli

(via manzoni 20, 5000mt fermata metro mergellina)



PRESIDIO - SIAMO TUTTE CLANDESTINE!!



Solidarietà a Kante.

Contro pacchetti sicurezza e norme xenofobe
che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, 
rispondiamo che



SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE!

martedì 31 marzo 2009

sgomberi e naufragi

Era ora, no? Ci voleva quest’ennesimo atto di pu(o)lizia.

Persone, PERSONE, trattate come fossero sacchi di immondizia.
Persone, BAMBINI, di cui nessuno sembra comprendere l’essenzialità del loro essere solo e principalmente questo, bambini.
Presi e gettati altrove, dove non importa. Tanto vi seguiremo, e ovunque vi sistemerete, ovunque sarete, noi arriveremo a prendervi e a gettarvi via. Altrove.

Bene. Adesso mi sento meglio. Adesso sì.

Ordine. Ci vuole ordine. Pulizia, e disciplina. E leggi, e sicurezza. E pene certe. E galera.
E schiavitù.
Ci vogliono i rastrellamenti, e gli sgomberi dei campi rom.
Ci vuole l’esercito, ci vuole lo stato d’emergenza.
Ci vogliono i lager, e meno male che ogni tanto ci pensa il mare ad ingoiare un po’ di quelle vite che altrimenti ci dobbiamo pensare noi a mortificarle, umiliarle, sterminarle, ingabbiarle, sfruttarle. Che altrimenti ci dobbiamo pensare noi, la notte, a cercarli, stanarli e ammazzarli di pugni, e calci, e spranghe.

Ci vuole proprio tutto questo nazismo. E’ necessaria, questa deriva del buon senso.

Tutto questo è necessario.

Altrimenti come si fa a tollerare simili bieche scelleratezze che solo l’essere umano riesce a fare?




(ANSA) - MILANO, 31 MAR - La baraccopoli sorta sotto il cavalcavia Bacula a Milano e' stata smantellata dalle forze dell'ordine, 70 rom sono stati allontanati. Per impedire la rioccupazione cominceranno i lavori di recinzione dell'area, che dureranno un mese. La prossima area di intervento sara' l'ex Marchiondi. In due anni sono stati effettuati sette sgomberi. Nella baraccopoli trovavano rifugio notturno circa 140 romeni.

(ANSA)- ROMA, 31 MAR - Nuova tragedia del mare tra l'Africa e l'Italia: due barconi di migranti sono affondati. A bordo centinaia di disperati quasi tutti dispersi. Sarebbero quattro imbarcazioni in difficolta' non lontano dalla costa della Libia. Due sono affondate.Delle altre due non si sa niente.Una nave cisterna italiana ha salvato 350 clandestini a bordo di una imbarcazione alla deriva.Sono poi state tratte in salvo 23 persone e di altre 21 sono stati recuperati i corpi senza vita.I dispersi sarebbero piu' di 500.

martedì 27 gennaio 2009

Già ci menate e stuprate a mani nude. Volete anche armarvi?

Sono stanca, sono arrabbiata.

Sono irrimediabilmente sofferente.

Come sentirsi addosso le mani di chiunque, questo scrivere sulla mia pelle e su quella di tutte le altre parole che non mi appartengono, parole che raccontano una versione mistificata della realtà.

Sono stanca, delle menzogne, delle manipolazioni, delle interpretazioni, dei commenti, delle battute.

Sono schifata, dai giornalisti, dalle giornaliste, dai media, dagli opinionisti, dalla gente.

Se sento un'altra persona dire "gli immigrati stuprano le nostre donne" mi armo.

Sono stanca che mi si dica di cosa avere paura, sono stanca di essere usata come prova di quello di cui ci dicono di avere paura.

Sono stanca della favola dell'uomo nero.

Militarizzate ogni casa in cui una donna, quando il marito torna a casa, ha paura di non aver lucidato sufficientemente il pavimento.

Sono stanca, sono schifata. Sono incazzata.

Come sentirsi addosso le mani di chiunque, continuamente, bombardata, bersagliata, perseguitata da una tale valanga di cazzate da rimanere senza fiato.

Sembra impossibile, eppure è così, dobbiamo continuare a gridare forte, fortissimo.

La violenza non la fa la nazionalità, la violenza ce la fanno gli uomini.

Con il beneplacito di altri uomini, con il beneplacito di molte, troppe, donne.

Sono stanca, assediata, esausta.

Il gioco lo conosco. Lo stupro come l'emergenza rifiuti.

Eppure ci casco.

E mi incazzo.

E sono esausta.

E non voglio sentir parlare di sicurezza, non voglio sentir parlare di militarizzazione, non voglio sentir parlare di leggi, non voglio sentir parlare di galera.

Sono già sommersa da fin troppe cazzate.

Ammesso e non concesso che io possa accettare il concetto di detenzione, ammesso e non concesso, perché devo pensare che la certezza della pena inibisca il pensiero che la donna è qualcosa di cui servirsi come fosse un fastfood?

Ammesso e non concesso, quanto vale la mia vita? Quanto vale il mio corpo? 15 anni? L'ergastolo?

Quanto vale la mia serenità? Quanto vale il terrore? Quanto valgo?


Ammesso e non concesso.

Il problema sta altrove. Non certo nella quantificazione del delitto e nella certezza della pena.



E anche la soluzione sta altrove.



Ma sono stanca.

Anche di me.

domenica 21 dicembre 2008

Atene



http://www.boston.com/bigpicture/2008/12/2008_greek_riots.html

una lettera ...

fonte: liberazione.it del 21/12/08

Ti sembra normale?
Ho tre figli e siamo disoccupati... chiamo l'agenzia delle entrate, dopo che la mia amica mi ha scaricato da internet il modulo per il bonus per le famiglie disagiate - oh, 600 euro non risolvono, ma magari una parte del debito di 800 euro che ho con quel sant'uomo del mio fornaio e una bolletta della luce sono una preoccupazione in meno - certo l'università di mio figlio, che tra l'altro studia con la stessa facilità con cui io mi sveglio la notte per il pensiero di come arrivare a fine settimana, le scarpe dell'altro, la mia vecchiaia, quella di mio marito, e se ci viene il raffreddore? A proposito, devo pagare anche la farmacia: l'ultima otite della piccola è costata tra tachipirina, sobrepin, otalgan, antibiotico, 30 euro. Comunque, ti dicevo dell'agenzia delle entrate, chiamo e chiedo: "scusi, a chi devo consegnare il modulo?". La gentile signorina risponde: "al datore di lavoro". "No, scusi - dico io - mi sono spiegata male, mio marito ha il cud 2008 come richiesto dai requisiti, ma non lavora". "Mi dispiace signora - mi fa lei - ma il bonus per le famiglie disagiate spetta solo a chi il disagio ce l'ha lavorando" . "Mi scusi, è colpa mia - dico - non ho letto bene il modulo di richiesta, dice Bonus per le famiglie disagiate, ma la mia effettivamente è disperata, non è disagiat: scusi tanto e buona giornata..."
Sono un tantino irritata, scusa, ma rispetto troppo l'essere umano, per esprimere davanti alla tua faccia, il mio vero stato d'animo...che ti assicuro è molto più che irritato.
Allora, il bonus per i 3 figli a me non è toccato. Perchè? Perchè a dicembre 2005 nasce Viola e a settembre 2005 Andrea compie 18 anni. Siamo fuori dalle scadenze previste.Che vordì? Sono penalizzata perchè sono stata fertile 2 mesi prima anzichè 2 dopo? Ancora? Sai che io e mio marito siamo da rottamare? Eh si! Io 44, lui 42 non rientriamo nei finanziamenti per i prestiti d'onore regionale tetto massimo 35! Dopo? Ti puoi anche ammazzare!
(...)Vabbè, fammi compilare l'ennesimo curriculum. Allora, cercano una commessa che parli 2 lingue. Io sono pizzaiola e parlo 2 lingue: l'italiano abbastanza bene e il romano. No, non mi assumono! Perchè i politici non presentano a me il loro curriculum? La Carfagna, per esempio, che titoli di merito ha per stare dova sta? Mò che ci penso... Cicciolina, Moana, Montesano, Bud Spencer, Zanicchi, Luxuria (anche se la stimo e l'amo), Carlucci, Illy, Calearo, Gino Paoli... boh! te pare normale?
Perchè a me dicono di fare i sacrifici perchè l'azienda Italia non sta bene... oh, ma perchè tu che lavori per l'azienda italia guadagni migliaia di euro e io che ti dò lavoro sto col culo a terra?
C'è un problema, tu stai a mette le mani nel cassetto... prima lettera di richiamo, seconda lettera, terza lettera: LICENZIATO. Non sei capace? Questo lavoro non lo puoi fare: LICENZIATO.
C'è la crisi? il tuo stipendio sarà ridotto al 30% che fa circa 12 pensioni di mia madre: se lei campa con una, tu stai da re!
Caro Presidente Napolitano, perchè fai una festa per l'imprenditoria italiana, che oltre agli elogi di rito, hai anche premiato e a cui magari hai offerto anche un caffè? Questo mese, tutte queste spese non ce le potevamo permettere. Viola ha appena compiuto tre anni, non ho offerto il caffè alle mamme delle sue amichette, non me lo potevo permettere. Viola ha avuto 5 pastarelle (3 euro e 50) con le candeline, è stata contentissima.
Il mio fornaio, che mi lascia fare la spesa senza pagare, andrebbe premiato, la mia farmacista, che mi dà le medicine per Viola senza pagare, andrebbe premiata, i miei amici, che mi portano vestiti, scarpe, frutta e verdura andrebbero premiati, non gli imprenditori italiani che quando gli affari vanno bene portano i soldi alle Cayman e quando c'è la crisi licenziano e mettono in cassa integrazione!
Miei cari dipendenti, voi parlamentari, usate le vostre macchine, pagatevi la benzina, l'assicurazione. Perchè non vi posso denunciare per inadempienza? Per danni morali e materiali? Perchè prendete la pensione dopo mezza legislatura? dovete lavorare fino a 65 anni e avere una pensione adeguata al vostro rendimento che è pari alle settimane lavorate e retribuite.
La mia vita e quella dei miei figli non ha meno dignità della vostra. Il mio modo di dire, fare, pensare la democrazia è, quello si, profondamente diverso dal vostro: per me è il rispetto dell'essere umano, per voi il senso del vostro stipendio.
Vi faccio una proposta: fate lo stesso lavoro a 2.500 euro al mese ( che per la maggior parte della popolazione è uno stipendione).
Ricordatevi che ogni boccone che mandate giù al pranzo di Natale e durante tutti gli altri banchetti giornalieri sarà pane, carne, latte, frutta che avete rubato dal piatto dei miei figli. E questo mi sta facendo innervosire.

venerdì 5 dicembre 2008

MA PENSA TE ...

... l'ho già scritto, per altri motivi ... lo ribadisco ... si dovrebbe imparare a tacere certe volte ...

(ANSA) - SANTIAGO DEL CILE, 5 DIC - 'Augusto Pinochet ha lasciato questo mondo convinto che contro di lui e' stata commessa una grande ingiustizia', cosi' la vedova.In un'intervista a un settimanale per il 2/o anniversario della morte dell'ex dittatore, Lucia Hiriart afferma che quando lascio' il potere suo marito 'lo fece in modo democratico' e il Paese era 'in una forma splendida'. Ma a una domanda sulle violazioni dei diritti umani durante il regime, Hiriart risponde: 'Preferisco non ricordare gli aspetti cattivi'.

sabato 15 novembre 2008

non mantengo una promessa

Avevo promesso, a me stessa, che non avrei detto e scritto niente su Eluana Englaro.
Come una specie di forma di rispetto, forse banale, per il dolore di uomo che ha perso una figlia e che ha dovuto lottare contro tutti invece che prendersi il tempo, sacrosanto, di soffrire.

Ma queste parole,

- 'Chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva': lo scrivono le suore della clinica dov'e' ricoverata.'Noi tutte continuiamo a servire la vita di Eluana Englaro e di tutti i nostri pazienti', sottolineano in una nota le religiose. 'La nostra speranza -e di tanti con noi- e' che non si procuri la morte per fame e sete ad Eluana e a chi e' nelle sue condizioni. Per questo affermiamo la nostra disponibilita' a continuare a servire - oggi e in futuro - Eluana'. (ANSA - MILANO, 14 NOV)

mi risuonano nella testa, come un martello.

Quanta arroganza, quanta prepotenza. Quanta cattiveria c'è, in queste parole?

Non riesco a uscirne.

"Chi la considera morta ... "

" ... non si procuri la morte per fame e sete ... "

Queste sono parole crudeli. Queste sono parole senza rispetto.


Non bisognerebbe mai intromettersi nel dolore altrui, non bisognerebbe mai legiferare sul dolore altrui, mai infierire, mai giudicare, mai imporre una condotta, mai, mai e poi mai.

Mi si comprimono i polmoni e mi fa male il cuore.

Ci dicono come vivere, ci dicono come morire, ci dicono come non vivere, ci dicono come non morire.

Sono arrabbiata. Furiosa.

Lasciate in pace le persone.

Lasciateci in pace.

Tutti pronti a puntare il dito, a sommergerci con la vostra morale distorta. 
Imparate a tacere, di fronte alla morte. Imparate a tacere di fronte al dolore. Imparate a tacere di fronte al coraggio. Imparate a tacere di fronte a ciò che non conoscete e che non potete capire. Imparate a rispettare la dignità.

Imparate a tacere.

C'è un limite a tutto, c'è un limite alla polemica, c'è un limite alle dannate ideologie, c'è un limite alle parole che possono essere dette che è stato abbondantemente superato.

Imparate a tacere.

lunedì 7 luglio 2008

giovedì 19 giugno 2008

Storie di suore, vescovi, pretacci e invalidi.

Sempre loro. Noantri.

Pillow book




Faccio subito una premessa doverosa per chi legge: io non sono credente. Nonostante abbia praticamente tutti i sacramenti cristiani del più classico percorso di un bambino italiano che diventa adolescente (battesimo, comunione e cresima) in una famiglia umile del ceto medio, una volta raggiunta l’età della ragione ho preso le mie decisioni. Senza pressioni da parte dei miei genitori e nel più grande rispetto per il ruolo che la religione cattolica occupa nella storia del Paese.
Questa settimana ci sono state due vicende che parlano di religione, di credo, di sofferenza che mi hanno molto colpito. La prima è quella delle due monache di clausura, cacciate alcuni anni fa dal monastero di Santa Maria del Carmine di Camerino, che domenica mattina si sono incatenate per circa due ore alla base di un lampione in piazza Pio XII, lo slargo antistante la basilica di San Pietro. Suor Albina , 73 anni, e suor Teresa , 79, appartenenti all’ordine delle Carmelitane di antica osservanza, avevano due cartelli di protesta e si rivolgevano direttamente al santo padre. Su uno c’era scritto: «Santità, non siamo né prostitute, né violente, né ladre, né malate di mente».


Le due suore dicono di aver lasciato il monastero per due mesi per motivi di salute e di non essere poi state riammesse. Secondo qualcun altro invece la vicenda è meno chiara di quello che sembra: sono aperte infatti un’ispezione eccelesiale e un’inchiesta della procura. Suor Albina era la priora del convento prima di esserne allontanata per alcune irregolarità, compresa la presenza di un uomo ospitato come custode nella struttura. Da un’ispezione, però, erano emersi anche ammanchi di denaro, sui quali era stata aperta un’inchiesta della magistratura. Quest’ultima, nel 2007, ha chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo per truffa e circonvenzione di incapace. Lo scorso mese di aprile a Macerata si è aperto il processo a carico di Pierpaolo Melchionda, 40 anni, ex carabiniere, l’uomo presente nel convento come factotum. È accusato di appropriazione indebita, truffa e circonvenzione di incapace, in relazione ad ammanchi nei fondi del convento e altre irregolarità, tra cui la compravendita di un terreno.
Una storia curiosa, che forse fa sorridere. Tutti avranno pensato infatti alle arzille monachelle e al carabiniere quarantenne chiuso nel convento che se la spassano. Premesso che sostanzialmente non me ne importa un fico secco degli eventuali peccati delle due donne, quello che stona in tutto questo è quel cartello. Quel “non siamo prostitute, né violente, né ladre, né malate di mente”. Nel linguaggio usato, nelle categorie indicate come indegne, emerge ancora una volta tutta la discriminazione di corporazioni settarie e religiose poco lontane nella loro concezione di società dai fanatici islamici. Ecco cosa mi ha allontanato dalla fede, dalla religione. Il terrore di essere visti come dei peccatori, la ricerca ossessiva (lo ricordo anche nelle prediche che mi facevano le suore all’asilo) di far parte di quelli che si salveranno, a discapito del prossimo. Perché sono loro che non entreranno nella casa del signore, “mica noi che siamo buoni”.
L’altra storia è quella di Viterbo dove due ragazzi di 26 anni, prossimi alle nozze, non hanno avuto il permesso di sposarsi in Chiesa dal Vescovo della città a causa del grave incidente che ha causato la paralisi delle gambe di lui. Il problema non era tanto la sedia a rotelle con la quale avrebbero dovuto convivere per il resto della loro vita, quanto il dubbio sulla capacità del ragazzo di poter procreare. Ecco un altro esempio di giudizio sul comportamento altrui. Dico io, neanche fossero stati due omosessuali, due diversi, due peccatori, due musulmani convertiti. Questi dubbi del vescovo mi sanno tanto di selezione della razza . Sembra quasi che la casa del signore non sia così aperta a tutti, almeno finché le chiavi saranno in mano a delle teste di cazzo. Alla fine i due sono stati uniti in cerimonia religiosa al Cto di Roma. «Posso garantire - ha detto il sacerdote che li ha sposati - che anche il vescovo sta soffrendo per la piega che ha preso una decisione che voleva essere invece un atto di prudenza pastorale. Certo, e qui debbo essere onesto con me stesso, in questa prudenza dovrebbe anche entrare quello che i due ragazzi pensano e decidono. E loro avevano deciso di celebrare il matrimonio per vivere insieme. Lo avevano detto anche a me, per telefono, quando dal Canada avevo fatto percepire a loro che suggerivo di aspettare. Ma nel momento in cui ho capito la loro volontà, che mi è sembrata una testimonianza di amore che dà vita, non ho avuto dubbi: l’amore, se vero, non può essere fermato da nessuna regola».
Tutti contenti dunque, tranne il vescovo. Immagino la sua sofferenza. Ma la colpa stavolta è dei ragazzi, credenti e con tutti i sacramenti cristiani del più classico percorso di un bambino italiano che diventa adolescente (battesimo, comunione e cresima) in una famiglia umile. Perché l’errore sta nel farsi giudicare da un altro uomo. E’ il passo che porta all’ostinata ricerca di far parte di quelli che si salveranno. Sono gli altri quelli che non entreranno nella casa del signore: le prostitute, i violente, i ladri, i malati di mente. Ma volendo anche gli storpi e le suore.

lunedì 16 giugno 2008

balenottera spiaggiata

Ci sono giorni, me ne rendo conto, che mi agito come una balenottera spiaggiata.
Tento di districare i pensieri come si tenta di districare un gomitolo di filo passato tra le zampe impazzite di un gatto annoiato che improvvisamente ha trovato la sua unica fonte di vita e di divertimento.
Una palla biturzoluta di filo amalgamato con polvere e peli e saliva di gatto.
Ecco in che condizioni è la mia testa.
E siccome non riesco a districare un bel niente, mi agito come una balenottera spiaggiata che patisce per l’assenza d’acqua.
Vorrei, dovrei, potrei.
Ma è un turbine, un assalto.
Mi volto, e un quarantenne rapisce la sua ex fidanzata, la porta a casa e la costringe a lavare i piatti e a stirare. Fa proprio così.
Lei sta bevendo qualcosa con un’amica, in un pub. Lui entra. La strattona, la trascina in macchina.
La chiude in casa e la costringe a fare la casalinga.
E non c’è niente da ridere, se mai a qualcuno venisse la voglia.
Questo succede.
Ma l’unica cosa che sembra preoccupare “la gente” è questa stramaledetta sicurezza.
Ma sicurezza di cosa? Ma delle proprie sante abitazioni, e di cos’altro?
E quindi, giù di telecamere, sul cortile, sulla porta di casa, sulla cassetta delle posta o sull'ingresso del garage.
Senza violare la privacy dei vicini, mi raccomando.
Mi giro in un’altra direzione. Annaspo.
E mi dico: di che cosa mi stupisco se l’82% di questo paese è daccordo che per le strade se ne vada in giro l’esercito?
E cosa posso dire, se mi si rassicura dicendo che l’esercito serve solo ad evitare le ronde?
Mentre io ormai mi dibatto violentemente sulla battigia.
E penso che di tutto questo alla donna di Santa Maria Capua a Vetere, segregata dalla famiglia per diciotto anni perchè ha avuto la balorda idea di rimanere incinta non interessa un bel niente.
Giustamente.
Meno che mai alla donna di Pedropolis, in Brasile.
Anche lei segregata in casa per diciotto anni, dal marito.
La violenza sulle donne non ha confini.
Un po’ come certa gente, che sull’espresso Palermo Milano insulta, aggredisce e ferisce una passeggera Ganese. Si tratta del capotreno che pare abbia usato queste due parole, tra le tante: sporca negra.
E mentre mi agito in preda alle convulsioni, mi va il sangue al cervello.
L'uomo bianco occidentale civilizzato.
Fascista.
Che apre bocca, alza le mani, nel suo piccolo mondo dove può fare e dire quello che gli pare.
Vigliacco.
E se solo mi volto a guardare altrove.
A largo di Malta.
Un’altra barca che affonda. Sei dispersi. Ci sono anche dei bambini. O dovrei dire c’erano.
Annaspo.
Senza una direzione.
Ecco. E’ così. Alle volte le cose, tutte quante insieme, sfuggono al mio controllo e non riesco a fare niente per non essere travolta.
Ogni singolo sporco fottuto avvenimento su questo benedetto pianeta mi arriva in faccia come un’onda. Uno dopo l’altro.
Senza darmi il tempo di riprendere il fiato tra una gozzata d’acqua salata e l’altra.
Un disastro.
Una sensazione orribile.
Spiaggare come una balenottera dopo aver rischiato di affogare, per l’ennesima volta.

venerdì 6 giugno 2008

lettera delle detenute di rebibbia al manifesto

Egregio signor Valentino Parlato, siamo le detenute della sezione di Alta sicurezza del carcere femminile di Rebibbia. Abbiamo deciso di scriverle per far sentire anche la voce di tutte noi mamme detenute. Da diversi giorni, radio, televisioni e giornali non fanno altro che parlare della signora Anna Maria Franzoni, del trauma che stanno vivendo i suoi figli lontani dalla loro mamma e quello di doverla vedere in carcere. Premesso che nulla abbiamo contro la signora Franzoni, al contrario, ha tutta la nostra comprensione, poiché come mamme capiamo la difficile situazione che stanno vivendo lei e i suoi figli. Quello che non riusciamo a capire è il perché di tutta questa pubblicità. Se si vuole sensibilizzare l'opinione pubblica, ci chiediamo perché non lo si fa per tutti i bambini che, come quelli dalla signora Anna Maria Franzoni, hanno la propria mamma in carcere. Sentiamo dai telegiornali che, per non fa subire ulteriori traumi ai bambini della suddetta signora, è stato concesso loro di vederla in un giardino. Con questa lettera sentiamo il dovere di difendere i nostri bambini che vivono la tragedia dei colloqui settimanali in luoghi chiusi, dove non possono essere a stretto contatto con noi ma divisi da un largo, fisso ripiano di marmo, seduti su fissi cubi di marmo per non parlare di quei bambini che vedono la propria mamma, ristretta in regime di 41 bis, una volta al mese e divisi da un vetro senza poter avere un contatto umano e il calore di un abbraccio. La signora Franzoni è entrata in carcere con una sentenza definitiva, al contrario di alcune di noi che sono in custodia cautelare, quindi, con la presunzione di innocenza. Non si capisce la disparità di trattamento. Per la legge dobbiamo essere tutti uguali, ma l'esperienza di questi posti ci insegna che chi ha più santi va in paradiso, chi invece non ne ha è considerata cattiva e quindi destinata all'inferno insieme ai figli costretti a pagare colpe che non hanno. Crediamo con queste parole di potere interpretare il pensiero di tutte le mamme detenute nelle varie carceri italiane e rivolgiamo questa lettera a tutti coloro che a ragion veduta mostrano sensibilità nei confronti della tragedia personale della famiglia Franzoni invitandoli a usar la stessa sensibilità anche per chi vive le stesse tragedie ma...al di fuori del palcoscenico mass-mediatico.

Distinti saluti

Detenute della sezione di Alta sicurezza di Rebibbia, Roma

mercoledì 28 maggio 2008

RIFLESSIONI

Ho fatto un po’ di resistenza, ma alla fine ho deciso di leggere anche io il discorso di Benedetto XVI ai membri del movimento per la vita italiano fatto il 12 maggio 2008. Ci sono stati alcuni passaggi, ma più che altro delle parole, che mi hanno lasciato in bocca il sapore della frustrazione nel non poter parlare a lor signori, uno per uno. Perché più che l’idea di Benedetto XVI che pronuncia queste parole, è l’immagine della platea che annuisce che mette in moto quella parte del mio cervello direttamente collegata con la bile. Uomini e uomini di chiesa che annuiscono.
Non che non ci siano, le donne, all’interno dei movimenti per la vita, ma lascio ad un altro momento i commenti per loro.
Ma a loro, a quegli uomini e a quegli uomini di chiesa, qualcosa ho voglia di dirlo adesso.

Per esempio.

[...] il nobile ideale della promozione e della difesa della vita umana fin dal suo concepimento. [...]

Al di là dello spinoso quanto mai dibattuto concetto di vita, al di là dell’annoso quanto mai scivoloso concetto di concepimento è la parola promozione, unita a vita, che mi ha provocato un moto di fastidio, di quelli che all’inizio non capisci perché.
Che brutta parola promozione se la devo pensare in relazione alla vita.
Come se le mie giornate, i miei anni fossero un pacco di sapone per la lavatrice da promuovere, a cui fare pubblicità.
E che cos’è la pubblicità se non qualcosa di patinato, irreale e traslucido? Ed è così che ci offrite la vita. Nel migliore dei casi. Sì, nel migliore dei casi ci dite di gioire della vita in quanto dono. E se qualcuno obietta (verbo sicuramente tra i più gettonati) avanzando l’ipotesi che così come stanno le cose la vita è una merda, lo guardate amorevolmente, con lo sguardo colmo di compassione, ma anche di un pizzico di insofferenza, e dite che anche della merda dobbiamo essere grati.

Evidentemente, quando parliamo di vita, io e voi parliamo di cose diverse.
Io quando parlo di vita penso a quello che è e che quello che vorrei che fosse. Quando parlo di vita penso allo sforzo di farla assomigliare alla migliore delle vite possibili, scontrandomi quotidianamente contro chi la vuole controllare e dirigere al posto mio.
Adesso, quando penso alla vita, penso alle cose belle, come una birra seduta sugli scalini della piazza dietro casa mia, con le persone che amo, che non posso più fare perché bivaccare degrada l’immagine di città cartolina tridimensionale in cui non c’è posto per me.
Adesso, quando penso alla vita, penso alle passeggiate notturne, sola, che qualcuno tenta con tutte le sue forze di farmi vivere con terrore.
Se penso alla vita penso alla realizzazione di desideri e progetti secondo le mie voglie e le mie possibilità. Anche scegliere di non sposarmi, scegliere di non avere figli. Scegliere di essere quello che voglio essere. Dire quello che penso, non sentirmi strumento.
Quando penso alla vita non penso a qualcosa da vivere male oggi in cambio di una vita migliore dopo.
E forse è qui, che io e voi, usiamo un vocabolario diverso.

Esattamente come quando parlo, come quando parlate, di dignità.
Dignitoso è avere sempre la possibilità di scegliere. Dignitoso è poter decidere di se stessi e della propria vita. Dignitoso è scegliere il momento in cui essere madre, e non sottostare ad un obbligo etico, morale o religioso.
Altrimenti la maternità diventa solo qualcosa che deve essere fatto.
Fare figli è solo un punto dell’elenco della vita da spuntare. Come dire, sedute in salotto con in mano una tazza di té: “allora, la maturità l’ho fatta, la laurea idem, poi cosa c’è, ah sì, la patente ce l’ho, sposata sono sposata, la casa l’ho comprata, adesso faccio un figlio”.
E se il figlio ci capita addosso, dignità è poter scegliere di non averlo.
Perché non me lo posso economicamente permettere, perché non sono emotivamente pronta, perché la mia vita prenderebbe una direzione che non desidero, perché non è vero che lo spirito materno appartiene a tutte e allora, semplicemente, quel figlio non lo voglio.
Altrimenti un figlio cosa può diventare?

E poi.

[...] difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa. [...]

Ma se la vita di ognuno di noi non fosse affidata al giudizio del singolo, a chi diavolo dovrebbe essere affidata?
Mi rendo conto, qui il discorso scivola drammaticamente verso la banalità delle cose ripetute all’infinito, da una parte e dall’altra.
Come può qualcuno che non sono io stabilire cosa sia giusto o sbagliato per me?
Maledetta tendenza alla delega e alla sottomissione che colpisce la maggior parte. La necessità, quasi cronica, che sia qualcuno fuori da noi, ad indicarci la strada.
Questa odiosa consuetudine ad affidare a qualcuno, creduto più autorevole di noi, le nostre scelte.
Cosa dobbiamo amare, cosa dobbiamo odiare, chi e cosa ci deve fare paura, cosa ci deve realizzare, quando e come portare avanti scelte spesso irreversibili.
Questo malato modo di vivere che permette a chi non ha una famiglia di dirci quale sia la famiglia giusta. Questo malato modo di vivere che permette a chi non sa cosa significhi scoprirsi incinta di dirci e spiegarci cosa questo porti con se, quali siano le implicazioni non solo di una gravidanza portata a termine, l’essere madre, l’essere padre, ma anche le conseguenze di un aborto. Come se io mi svegliassi una mattina e pretendessi di spiegare al mondo la fusione a freddo senza aver mai aperto un libro di fisica.
No.
Come se io mi svegliassi una mattina e pretendessi di spiegare a qualcuno cosa significa provare qualcosa che non ho mai provato e che non proverò mai. Nemmeno con la più fervida immaginazione.
E poi si parla di rispetto.
Ma rispetto per chi? Rispetto per cosa?
Rispettare significa accettare l’altro. Rispettare significa fare un passo indietro davanti al dolore che qualcuno può provare. Rispetto significa fare un passo indietro di fronte all’autonomia decisionale di ogni individuo. Rispetto significa non imporre. Rispetto significa lasciare che ognuno viva secondo le proprie inclinazioni.

Intasco l’inutilità di questo sfogo, detto e ripetuto mille volte, e vado avanti.

[...]. L’aver permesso di ricorrere all’interruzione di gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze. [...]

Tenuto conto e partendo dal presupposto che non credo siate a conoscenza dei problemi che affliggono le donne, mi soffermo sul concetto di permesso.
Tenuto conto e partendo dal presupposto che non si permette a qualcuno di fare qualcosa che ha tutto il diritto di fare.
Ma volendomi proprio accapigliare su questo uso sconcio del verbo permettere, mi permetto di dire che permetterci di ricorrere all’interruzione di gravidanza ci ha permesso di non morire.
Perché prima che ci fosse permesso, noi abortivamo lo stesso.
E morivamo.
Quindi, senza entrare nel merito di una legge su cui il dibattito è giustamente aperto, perché forse, aperte, abbiamo lasciato troppe porte da cui possono entrare obiettori e moralisti, senza entrare nel merito del concetto di legge, la 194 è qualcosa di dignitoso, che rispetta la vita umana, che permette al singolo individuo donna di decidere della propria esistenza.

Punto.


Mia

Anche se il nostro maggio a fatto a meno del vostro coraggio

Ho appena letto il post di Mia e pensando al nervoso che è venuto anche a me oggi, sopratutto nel leggere i commenti politici e non, di quello che è successo alla Sapienza, ho deciso di far parlare qualcuno di più bravo a scrivere di me.
Giusto per capirsi...l'ha scritta nel 73.
Enjoi

Pillow book


CANZONE DEL MAGGIO di Fabrizio De Andrè

Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio era normale
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera...

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le "pantere"
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

una mattina di ordinaria incazzatura

Mi siedo al computer e cerco notizie sull'aggressione fascista alla sapienza di Roma:

corriere.it

poi navigo qua e là

cpt in caserme dismesse, da skytg24

potrei smetterla, almeno per oggi, e invece:

molestava le pazienti, da rainews24

E poi mi capita di leggere questo, che potrebbe essere forse la notizia che più delle altre potrebbe strapparmi un sorriso, un po' forzato, ma comunque un sorriso.

Benedetto XVI leggerà la Bibbia in tv

Il Papa Benedetto XVI leggerà la Bibbia in tv. La Rai ha in programma per il prossimo autunno la prima lettura integrale del testo sacro.
Sebbene il progetto non abbia ancora assunto una forma definitiva, è sicuro che ad aprire la maratona di sette giorni e sette notti sarà proprio sua Santità. Sono state smentite le voci secondo le quali la lettura sarebbe stata inserita all'interno della trasmissione Domenica In: sembra piuttosto che la Rai creerà uno spazio apposito. La lettura proseguirà con altri ospiti, tra i quali il rabbino capo di Roma, un sacerdote ortodosso e anche semplici fedeli, che potranno prenotarsi tramite un sito web ancora in costruzione.
L'arcivescovo Gianfranco Ravasi, "Ministro della Cultura" della Santa Sede, sarà il testimonial dell'iniziativa e ne spiegherà il valore nelle settimane precedenti la messa in onda.


E invece no, lo leggo, poi lo rileggo, poi lo rilego ancora e non mi viene nemmeno da fare un sorriso piccolo piccolo.

Abbiate pazienza, ma oggi proprio non va.

Mia

giovedì 22 maggio 2008

MI DOMANDO

Di chi è, esattamente, che dovrei avere paura?


Milano, 2 gennaio 2008

Donna uccisa in casa si costituisce il figlio >>

Bari, 31 gennaio 2008
Litiga con il vicino di casa donna uccisa a coltellate >>

Bari, 17 gennaio 2008
'Mi tradiva, l' ho uccisa. Pensate a mio figlio' >>

Milano, 12 gennaio 2008
Ammazza la donna che voleva lasciarlo >>

Napoli, 5 febbraio 2008
Pensionato uccide la moglie ucraina delitto per gelosia a Castellammare >>

Cuneo, 17 marzo 2008
Raptus di gelosia uccide l' ex e si suicida >>

Torino, 4 marzo 2008
Uccise l' amica con un pugno >>

Bari, 1 marzo 2008
'Mi tradisce'. E accoltella la moglie >>


Mia_Collettiva